Circa un quarto dei tumori al seno è classificato come HER2+: la superficie delle cellule tumorali presenta l’eccessiva presenza di un recettore per un fattore di crescita dell’epidermide. Un’elevata quantità di questo recettore, la proteina chiamata AXL, è correlata all’insorgenza di resistenza alla chemioterapia, ed è capace di compromettere l’efficacia di questi trattamenti.

Attualmente esistono terapie a bersaglio molecolare contro il recettore HER2+ che riducono il rischio di sviluppare forme aggressive, ma le recidive rimangono purtroppo frequenti. Uno studio coordinato dal biochimico Jean-François Côté del Montreal Clinical Research Institute, e pubblicato nella rivista PNAS, getta ora nuova luce sui processi che promuovono la diffusione dei tumori al seno HER2+.

Il gruppo di Côté lavora da anni sul recettore AXL2: nel 2018 dimostrò che questo recettore svolge un ruolo cruciale nel promuovere lo sviluppo di metastasi, dimostrando che le cellule tumorali necessitano di una fornitura costante di questa proteina per metastatizzare in maniera efficiente.

Nel nuovo studio, gli autori hanno individuato un fenomeno tipico dei tumori chiamato ipossia, una carenza di ossigeno causata dalla rapida crescita del tumore che provoca metastasi, indebolimento del sistema immunitario e forme di resistenza alle terapie. In un modello animale, i ricercatori hanno osservato che il “blocco” di AXL – ottenuto attraverso varie tecniche – stimola il recupero dei vasi sanguigni e una rivitalizzazione dell’ambiente immunitario, riducendo la capacità del tumore di diffondersi in altri organi.

Bloccando l’azione di AXL, dunque, si riducono le probabilità di metastasi e, più in generale, si ripristinano le condizioni ambientali idonee affinché il sistema immunitario aggredisca le cellule tumorali.

«È come se fossimo riusciti, da un lato, ad abbattere le pareti protettive del tumore nei confronti del sistema immunitario, rendendolo più vulnerabile alle cure immunologiche, e, dall’altro, a impedire al tumore di spostarsi altrove» chiarisce la ricercatrice Marie-Anne Goyette, prima autrice dello studio.

 

Fonte: PNAS.org

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